METTERE DIO AL CENTRO

Parole di Benedetto XVI alla Chiesa in Svizzera


Dal 7 al 9 novembre 2006 Papa Benedetto XVI ha incontrato, a conclusione della loro Visita ad limina, i vescovi svizzeri. In questo volume sono raccolte le sue parole accompagnate da alcuni commenti. Viene così messo in luce come il Papa, pur accennando a questioni particolari, proprie della Chiesa in Svizzera, abbia chiaramente voluto sottolineare l'importanza di "mettere Dio al centro" di ogni impegno ecclesiale.
Ciò si traduce nella priorità della fede, nella necessità del rapporto personale con Gesù Cristo, nel modo di intendere la liturgia e di affrontare le grandi questioni morali e pastorali del nostro tempo.

SOMMARIO
 

Interventi di Benedetto XVI

L'omelia

Il Discorso inaugurale

Il Discorso conclusivo


L'omelia

Cari confratelli,
i testi appena ascoltati – la Lettura, il Salmo responsoriale e il Vangelo – hanno un tema comune che potrebbe essere riassunto nella frase: Dio non fallisce. O più esattamente: inizialmente Dio fallisce sempre, lascia esistere la libertà dell’uomo, e questa dice continuamente «no». Ma la fantasia di Dio, la forza creatrice del suo amore è più grande del «no» umano. Con ogni «no» umano viene dispensata una nuova dimensione del suo amore, ed Egli trova una via nuova, più grande, per realizzare il suo sì all’uomo, alla sua storia e alla creazione. Nel grande inno a Cristo della Lettera ai Filippesi con cui abbiamo iniziato, ascoltiamo innanzitutto un’allusione alla storia di Adamo, il quale non era soddisfatto dell’amicizia con Dio; era troppo poco per lui, volendo essere lui stesso un dio. Considerò l’amicizia una dipendenza e si ritenne un dio, come se egli potesse esistere da sé soltanto. Perciò disse «no» per diventare egli stesso un dio, e proprio in tal modo si buttò giù lui stesso dalla sua altezza. Dio «fallisce» in Adamo – e così apparentemente nel corso di tutta la storia. Ma Dio non fallisce, poiché ora diventa lui stesso uomo e ricomincia così una nuova umanità; radica l’essere Dio nell’essere uomo in modo irrevocabile e scende fino agli abissi più profondi dell’essere uomo; si abbassa fino alla croce. Vince la superbia con l’umiltà e con l’obbedienza della croce.
E così ora avviene ciò che Isaia, cap. 45, aveva profetizzato. All’epoca in cui Israele era in esilio ed era scomparso dalla cartina geografica, il profeta aveva predetto che il mondo intero – «ogni ginocchio» – si sarebbe piegato dinanzi a questo Dio impotente. E la Lettera ai Filippesi lo conferma: Ora ciò è accaduto. Per mezzo della croce di Cristo, Dio si è avvicinato alle genti, è uscito da Israele ed è diventato il Dio del mondo. E ora il cosmo piega le ginocchia dinanzi a Gesù Cristo, cosa che anche noi oggi possiamo sperimentare in modo meraviglioso: in tutti i continenti, fino alle più umili capanne, il Crocifisso è presente. Il Dio che aveva «fallito», ora, attraverso il suo amore, porta davvero l’uomo a piegare le ginocchia, e così vince il mondo con il suo amore.
Come Salmo responsoriale abbiamo cantato la seconda parte del Salmo della passione 21/22. È il Salmo del giusto sofferente, prima di tutto di Israele sofferente che, dinanzi al Dio muto che lo ha abbandonato, grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Come hai potuto dimenticarmi? Ora quasi non ci sono più. Tu non agisci più, non parli più… Perché mi hai abbandonato?». Gesù si identifica con l’Israele sofferente, con i giusti sofferenti di ogni tempo abbandonati da Dio, e porta il grido dell’abbandono di Dio, la sofferenza dell’essere dimenticato lo porta su fino al cuore di Dio stesso, e trasforma così il mondo. La seconda parte del Salmo, quella che abbiamo recitato, ci dice che cosa ne deriva: I poveri mangeranno e saranno saziati. È l’eucaristia universale che proviene dalla croce. Ora Dio sazia gli uomini in tutto il mondo, i poveri che hanno bisogno di lui. Egli dà loro la sazietà di cui hanno bisogno: dona Dio, dona se stesso. E poi il Salmo dice: «Torneranno al Signore tutti i confini della terra». Dalla croce deriva la Chiesa universale. Dio va oltre l’ebraismo e abbraccia il mondo intero per unirlo nel banchetto dei poveri.
E, infine, il messaggio del Vangelo. Di nuovo il fallimento di Dio. Coloro che sono stati invitati per primi disdicono, non vengono. La sala di Dio rimane vuota, il banchetto sembra essere stato preparato invano. È ciò che Gesù sperimenta nella fase finale della sua attività: i gruppi ufficiali, autorevoli dicono «no» all’invito di Dio, che è Lui stesso. Non vengono. Il suo messaggio, la sua chiamata finisce nel «no» degli uomini. E però anche qui: Dio non fallisce. La sala vuota diventa un’opportunità per chiamare un maggior numero di persone. L’amore di Dio, l’invito di Dio si allarga – Luca ci racconta questo in due ondate: Prima, l’invito è rivolto ai poveri, agli abbandonati, a quelli non invitati da nessuno nella stessa città. In tal modo Dio fa ciò che abbiamo sentito nel Vangelo ieri. (Il Vangelo di oggi fa parte di un piccolo simposio nel quadro di una cena presso un fariseo. Troviamo quattro testi: prima la guarigione dell’idropico, poi la parola sugli ultimi posti, poi l’insegnamento di non invitare gli amici i quali contraccambierebbero tale gesto, ma coloro che hanno davvero fame, i quali, però, non possono contraccambiare l’invito, e poi, appunto, segue il nostro racconto). Dio ora fa ciò che ha detto al fariseo: Egli invita coloro che non possiedono nulla; che hanno davvero fame, che non possono invitarlo, che non possono dargli nulla. E poi avviene la secondo ondata. Esce fuori dalla città, nelle strade di campagna; sono invitati i senza dimora.
Possiamo supporre che Luca abbia inteso queste due ondate nel senso che primi ad entrare nella sala sono i poveri d’Israele e dopo – poiché non sono sufficienti, essendo l’ambiente di Dio più grande – l’invito si estende al di fuori della Città Santa verso il mondo delle genti. Coloro che non appartengono affatto a Dio, che stanno fuori, vengono ora invitati per riempire la sala. E Luca che ci ha tramandato questo Vangelo, in ciò ha visto sicuramente la rappresentazione anticipata in modo immaginifico degli avvenimenti che poi narra negli Atti degli Apostoli, dove proprio ciò accade: Paolo inizia la sua missione sempre nella sinagoga, da quanti sono stati invitati per primi, e solo quando le persone autorevoli hanno disdetto ed è rimasto soltanto un piccolo gruppo di poveri, egli esce fuori verso i pagani. Così il Vangelo, attraverso questo percorso di crocifissione sempre nuovo, diventa universale, afferra il tutto, finalmente fino a Roma. A Roma Paolo chiama a sé i capi della sinagoga, annuncia loro il mistero di Gesù Cristo, il Regno di Dio nella persona di Lui. Ma le parti autorevoli disdicono, ed egli si congeda da loro con queste parole: Ebbene, poiché non ascoltate, questo messaggio viene annunziato ai pagani ed essi l’ascolteranno. Con tale fiducia si conclude il messaggio del fallimento: Essi ascolteranno; la Chiesa dei pagani si formerà. E si è formata e continua a formarsi. Durante le Visite ad limina sento parlare di molte cose gravi e faticose, ma sempre – proprio dal Terzo Mondo – sento anche questo: che gli uomini ascoltano, che essi vengono, che anch’oggi il messaggio giunge per le strade fino ai confini della terra e che gli uomini affluiscono nella sala di Dio, al suo banchetto.
Dovremmo quindi domandarci: Che cosa tutto ciò significa per noi? Innanzitutto significa una certezza: Dio non fallisce. «Fallisce» continuamente, ma proprio per questo non fallisce, perché ne trae nuove opportunità di misericordia più grande, e la sua fantasia è inesauribile. Non fallisce perché trova sempre nuovi modi per raggiungere gli uomini e per aprire di più la sua grande casa, affinché si riempia del tutto. Non fallisce perché non si sottrae alla prospettiva di sollecitare gli uomini perché vengano a sedersi alla sua mensa, a prendere il cibo dei poveri, nel quale viene offerto il dono prezioso, Dio stesso. Dio non fallisce, nemmeno oggi. Anche se sperimentiamo tanti «no», possiamo esserne certi. Da tutta questa storia di Dio, a partire da Adamo, possiamo concludere: Egli non fallisce. Anche oggi troverà nuove vie per chiamare gli uomini e vuole avere con sé noi come suoi messaggeri e suoi servitori.
Proprio nel nostro tempo conosciamo molto bene il «dire no» di quanti sono stati invitati per primi. In effetti, la cristianità occidentale, cioè i nuovi «primi invitati», ora in gran parte disdicono, non hanno tempo per venire dal Signore. Conosciamo le chiese che diventano sempre più vuote, i seminari che continuano a svuotarsi, le case religiose che sono sempre più vuote; conosciamo tutte le forme nelle quali si presenta questo «no, ho altre cose importanti da fare». E ci spaventa e ci sconvolge l’essere testimoni di questo scusarsi e disdire dei primi invitati, che in realtà dovrebbero conoscere la grandezza dell’invito e dovrebbero sentirsi spinti da quella parte. Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto dobbiamo porci la domanda: perché accade proprio così? Nella sua parabola il Signore cita due motivi: il possesso e i rapporti umani, che coinvolgono talmente le persone che esse ritengono di non avere più bisogno di altro per riempire totalmente il loro tempo e quindi la loro esistenza interiore. San Gregorio Magno nella sua esposizione di questo testo ha cercato di andare più a fondo e si è domandato: ma com’è possibile che un uomo dica «no» a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza? E risponde: In realtà, non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai preso «gusto» di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere «toccati» da Dio! Manca loro questo «contatto» – e con ciò il «gusto di Dio». E solo se noi, per così dire, lo gustiamo, solo allora veniamo al banchetto.
San Gregorio cita il Salmo, dal quale è tratta l’odierna Antifona alla Comunione: Gustate ed assaggiate e vedete; assaggiate ed allora vedrete e sarete illuminati! Il nostro compito è di aiutare affinché le persone possano assaggiare, affinché possano sentire di nuovo il gusto di Dio. In un’altra omelia san Gregorio Magno ha ulteriormente approfondito la stessa questione, e si è domandato: Come mai avviene che l’uomo non vuole nemmeno «assaggiare» Dio? E risponde: Quando l’uomo è occupato interamente col suo mondo, con le cose materiali, con ciò che può fare, con tutto ciò che è fattibile e che gli porta successo, con tutto ciò che può produrre o comprendere da se stesso, allora la sua capacità di percezione nei confronti di Dio s’indebolisce, l’organo volto a Dio deperisce, diventa incapace di percepire ed insensibile. Egli non percepisce più il Divino, perché il corrispondente organo in lui si è inaridito, non si è più sviluppato. Quando utilizza troppo tutti gli altri organi, quelli empirici, allora può accadere che proprio il senso di Dio si appiattisca; che questo organo muoia; e che l’uomo, come dice san Gregorio, non percepisca più lo sguardo di Dio, l’essere guardato da Lui – questa cosa preziosa che è il fatto che il suo sguardo mi tocchi!
Ritengo che san Gregorio Magno abbia descritto esattamente la situazione del nostro tempo – in effetti, era un’epoca molto simile alla nostra. E ancora sorge la domanda: che cosa dobbiamo fare? Ritengo che la prima cosa sia quella che il Signore ci dice oggi nella Prima Lettura e che san Paolo grida a noi a nome di Dio: «Abbiate gli stessi sentimenti di Gesù Cristo! – Touto phroneite en hymin ho kai en Christo Iesou». Imparate a pensare come ha pensato Cristo, imparate a pensare con Lui! E questo pensare non è solo quello dell’intelletto, ma anche un pensare del cuore. Noi impariamo i sentimenti di Gesù Cristo quando impariamo a pensare con Lui e quindi, quando impariamo a pensare anche al suo fallimento e al suo attraversare il fallimento, l’accrescersi del suo amore nel fallimento. Se entriamo in questi suoi sentimenti, se incominciamo ad esercitarci a pensare come Lui e con Lui, allora si risveglia in noi la gioia verso Dio, la fiducia che Egli è comunque il più forte; sì, possiamo dire, si risveglia in noi l’amore per Lui. Sentiamo quanto è bello che Egli c’è e che possiamo conoscerLo – che lo conosciamo nel volto di Gesù Cristo, che ha sofferto per noi. Penso che sia questa la prima cosa: che noi stessi entriamo in un contatto vivo con Dio – con il Signore Gesù, il Dio vivente; che in noi si rafforzi l’organo volto a Dio; che portiamo in noi stessi la percezione della sua «squisitezza». Ciò dà anima anche al nostro operare; poiché anche noi corriamo un pericolo: Si può fare molto, tanto nel campo ecclesiastico, tutto per Dio…, e in ciò rimanere totalmente presso sé stessi, senza incontrare Dio. L’impegno sostituisce la fede, ma poi si vuota dall’interno. Ritengo, pertanto, che dovremmo impegnarci soprattutto: nell’ascolto del Signore, nella preghiera, nella partecipazione intima ai sacramenti, nell’imparare i sentimenti di Dio nel volto e nelle sofferenze degli uomini, per essere così contagiati dalla sua gioia, dal suo zelo, dal suo amore e per guardare con Lui, e partendo da Lui, il mondo. Se riusciamo a fare questo, allora anche in mezzo a tanti «no» troviamo di nuovo gli uomini che Lo attendono e che spesso forse sono bizzarri – la parabola lo dice chiaramente – ma che comunque sono chiamati ad entrare nella sua sala.
Ancora una volta, con altre parole: Si tratta della centralità di Dio, e precisamente non di un dio qualunque, bensì del Dio che ha il volto di Gesù Cristo. Questo, oggi, è importante. Ci sono tanti problemi che si possono elencare, che devono essere risolti, ma che – tutti – non vengono risolti se Dio non viene messo al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo, se non diventa determinante nella nostra vita e se non entra anche attraverso di noi in modo determinante nel mondo. In questo, ritengo, si decide oggi il destino del mondo in questa situazione drammatica: se Dio – il Dio di Gesù Cristo – c’è e viene riconosciuto come tale, o se scompare. Noi ci preoccupiamo che sia presente. Che cosa dovremmo fare? In ultima istanza? Ci rivolgiamo a Lui! Noi celebriamo questa Messa votiva dello Spirito Santo, invocandoLo: «Lava quod est sordidum, riga quod est aridum, sana quod est saucium. Flecte quod est rigidum, fove quod est frigidum, rege quod est devium». Lo invochiamo affinché irrighi, scaldi, raddrizzi, affinché ci pervada con la forza della sua sacra fiamma e rinnovi la terra. Per questo lo preghiamo di tutto cuore in questo momento, in questi giorni. Amen.

 

Il Discorso inaugurale

Eminenze, Eccellenze, cari Confratelli!
Vorrei innanzitutto salutarVi di cuore ed esprimere la mia gioia, perché ci è dato di completare ora la visita pastorale, interrotta nel 2005, avendo così la possibilità di lavorare ancora una volta insieme su tutto il panorama di questioni che ci preoccupano. Ho ancora un vivo ricordo della Visita ad limina del 2005, quando nella Congregazione per la Dottrina della Fede abbiamo parlato insieme di problemi che saranno nuovamente in discussione anche in questi giorni. Mi è ancora ben presente l’atmosfera di impegno interiore d’allora, per far sì che la Parola del Signore sia viva e raggiunga i cuori degli uomini di questo tempo, perché la Chiesa sia piena di vita. Nella nostra comune situazione difficile a causa di una cultura secolarizzata, cerchiamo di comprendere la missione affidataci dal Signore e di compierla il meglio possibile.
Non ho potuto preparare un vero discorso; vorrei ora, in vista dei singoli grandi complessi di problemi che toccheremo, fare solo qualche «primo tentativo», che non intende presentare delle affermazioni definitive, ma vuole soltanto avviare il colloquio. È questo un incontro tra i Vescovi svizzeri e i vari Dicasteri della Curia, nei quali si rendono visibili e sono rappresentati i singoli settori del nostro compito pastorale. Ad alcuni di essi vorrei cercare di offrire qualche commento. In accordo col mio passato, comincio con la Congregazione per la Dottrina della Fede, o meglio: col tema della fede. Già nell’omelia ho cercato di dire che, in tutto il travaglio del nostro tempo, la fede deve veramente avere la priorità. Due generazioni fa, essa poteva forse essere ancora presupposta come una cosa naturale: si cresceva nella fede; essa, in qualche modo, era semplicemente presente come una parte della vita e non doveva essere cercata in modo particolare. Aveva bisogno di essere plasmata ed approfondita, appariva però come una cosa ovvia. Oggi appare naturale il contrario, che cioè in fondo non è possibile credere, che di fatto Dio è assente. In ogni caso, la fede della Chiesa sembra una cosa del lontano passato. Così anche cristiani attivi hanno l’idea che convenga scegliere per sé, dall’insieme della fede della Chiesa, le cose che si ritengono ancora sostenibili oggi. E soprattutto ci si dà da fare per compiere mediante l’impegno per gli uomini, per così dire, contemporaneamente anche il proprio dovere verso Dio. Questo, però, è l’inizio di una specie di «giustificazione mediante le opere»: l’uomo giustifica se stesso e il mondo in cui svolge quello che sembra chiaramente necessario, ma manca la luce interiore e l’anima di tutto. Perciò credo che sia importante prendere nuovamente coscienza del fatto che la fede è il centro di tutto – «Fides tua te salvum fecit» – dice il Signore ripetutamente a coloro che ha guarito. Non è il tocco fisico, non è il gesto esteriore che decide, ma il fatto che quei malati hanno creduto. E anche noi possiamo servire il Signore in modo vivace soltanto se la fede diventa forte e si rende presente nella sua abbondanza.
Vorrei sottolineare in questo contesto due punti cruciali. Primo: la fede è soprattutto fede in Dio. Nel cristianesimo non si tratta di un enorme fardello di cose diverse, ma tutto ciò che dice il Credo e che lo sviluppo della fede ha svolto esiste solo per rendere più chiaro alla nostra vista il volto di Dio. Egli esiste ed Egli vive; in Lui crediamo; davanti a Lui, in vista di Lui, nell’essere-con Lui e da Lui viviamo. Ed in Gesù Cristo, Egli è, per così dire, corporalmente con noi. Questa centralità di Dio deve, secondo me, apparire in modo completamente nuovo in tutto il nostro pensare ed operare. È ciò che poi anima anche le attività che, in caso contrario, possono facilmente decadere in attivismo e diventare vuote. Questa è la prima cosa che vorrei sottolineare: che la fede in realtà guarda decisamente verso Dio, e così spinge pure noi a guardare verso Dio e a metterci in movimento verso di Lui.
L’altra cosa è che non possiamo inventare noi stessi la fede componendola di pezzi «sostenibili», ma che crediamo insieme con la Chiesa. Non tutto ciò che insegna la Chiesa possiamo comprendere, non tutto deve essere presente in ogni vita. È però importante che siamo con-credenti nel grande Io della Chiesa, nel suo Noi vivente, trovandoci così nella grande comunità della fede, in quel grande soggetto, in cui il Tu di Dio e l’Io dell’uomo veramente si toccano; in cui il passato delle parole della Scrittura diventa presente, i tempi si compenetrano a vicenda, il passato è presente e, aprendosi verso il futuro, lascia entrare nel tempo il fulgore dell’eternità, dell’Eterno. Questa forma completa della fede, espressa nel Credo, di una fede in e con la Chiesa come soggetto vivente, nel quale opera il Signore – questa forma di fede dovremmo cercare di mettere veramente al centro delle nostre attività. Lo vediamo anche oggi in modo molto chiaro: lo sviluppo, là dove è stato promosso in modo esclusivo senza nutrire l’anima, reca danni. Allora le capacità tecniche crescono, sì, ma da esse emergono soprattutto nuove possibilità di distruzione. Se insieme con l’aiuto a favore dei Paesi in via di sviluppo, insieme con l’apprendimento di tutto ciò che l’uomo è capace di fare, di tutto ciò che la sua intelligenza ha inventato e che la sua volontà rende possibile, non viene contemporaneamente anche illuminata la sua anima e non arriva la forza di Dio, si impara soprattutto a distruggere. E per questo, credo, deve nuovamente farsi forte in noi la responsabilità missionaria: se siamo lieti della nostra fede, ci sentiamo obbligati a parlarne agli altri. Sta poi nelle mani di Dio in che misura gli uomini potranno accoglierla.
Da questo argomento vorrei ora passare all’«Educazione Cattolica», toccando due settori. Una cosa che, penso, causa a tutti noi una «preoccupazione» nel senso positivo del termine, è il fatto che la formazione teologica dei futuri sacerdoti e degli altri insegnanti ed annunciatori della fede debba essere buona; abbiamo quindi bisogno di buone Facoltà teologiche, di buoni seminari maggiori e di adeguati professori di teologia che comunichino non soltanto conoscenze, ma formino ad una fede intelligente, così che fede diventi intelligenza ed intelligenza diventi fede. A questo riguardo ho un desiderio molto specifico. La nostra esegesi ha fatto grandi progressi; sappiamo davvero molto sullo sviluppo dei testi, sulla suddivisione delle fonti ecc., sappiamo quale significato può aver avuto la parola in quell’epoca… Ma vediamo anche sempre di più che l’esegesi storico-critica, se rimane soltanto storico-critica, rimanda la parola nel passato, la rende una parola dei tempi di allora, una parola che, in fondo, non ci parla affatto; e vediamo che la parola si riduce in frammenti perché, appunto, essa si scioglie in tante fonti diverse. Il Concilio, la Dei Verbum, ci ha detto che il metodo storico-critico è una dimensione essenziale dell’esegesi, perché fa parte della natura della fede dal momento che essa è factum historicum. Non crediamo semplicemente a un’idea; il cristianesimo non è una filosofia, ma un avvenimento che Dio ha posto in questo mondo, è una storia che Egli in modo reale ha formato e forma come storia insieme con noi. Per questo, nella nostra lettura della Bibbia l’aspetto storico deve veramente essere presente nella sua serietà ed esigenza: dobbiamo effettivamente riconoscere l’evento e, appunto, questo «fare storia» da parte di Dio nel suo operare. Ma la Dei Verbum aggiunge che la Scrittura, che conseguentemente deve essere letta secondo i metodi storici, va letta anche come unità e deve essere letta nella comunità vivente della Chiesa. Queste due dimensioni mancano in grandi settori dell’esegesi. L’unità della Scrittura non è un fatto puramente storico-critico, benché l’insieme, anche dal punto di vista storico, sia un processo interiore della Parola che, letta e compresa sempre in modo nuovo nel corso di successive relectures, continua a maturare. Ma questa unità è in definitiva, appunto, un fatto teologico: questi scritti sono un’unica Scrittura, comprensibili fino in fondo solo se letti nell’analogia fidei come unità in cui c’è un progresso verso Cristo e, inversamente, Cristo attira a sé tutta la storia; e se, d’altra parte, questo ha la sua vitalità nella fede della Chiesa. Con altre parole, mi sta molto a cuore che i teologi imparino a leggere e ad amare la Scrittura così come, secondo la Dei Verbum, il Concilio lo ha voluto: che vedano l’unità interiore della Scrittura – una cosa aiutata oggi dall’«esegesi canonica» (che senz’altro si trova ancora in un timido stadio iniziale) – e che poi di essa facciano una lettura spirituale, che non è una cosa esterna di carattere edificante, ma invece un immergersi interiormente nella presenza della Parola. Mi sembra un compito molto importante fare qualcosa in questo senso, contribuire affinché accanto, con e nell’esegesi storico-critica sia data veramente un’introduzione alla Scrittura viva come attuale Parola di Dio. Non so come realizzarlo concretamente, ma credo che, sia nell’ambito accademico, sia nel seminario, sia in un corso d’introduzione, si possano trovare dei professori adeguati, affinché avvenga questo incontro attuale con la Scrittura nella fede della Chiesa – un incontro sulla base del quale diventa poi possibile l’annuncio.
L’altra cosa è la catechesi che, appunto, negli ultimi cinquant’anni circa, da un lato, ha fatto grandi progressi metodologici, dall’altro, però, si è persa molto nell’antropologia e nella ricerca di punti di riferimento, cosicché spesso non si raggiungono neanche più i contenuti della fede. Posso capirlo: addirittura al tempo in cui io ero viceparroco – quindi 56 anni fa – risultava già molto difficile annunciare nella scuola pluralistica, con molti genitori e bambini non credenti, la fede, perché essa appariva un mondo totalmente estraneo ed irreale. Oggi, naturalmente, la situazione è ancora peggiorata. Tuttavia è importante che nella catechesi, che comprende gli ambienti della scuola, della parrocchia, della comunità ecc., la fede continui ad essere pienamente valorizzata, che cioè i bambini imparino veramente che cosa sia «creazione», che cosa sia «storia della salvezza» realizzata da Dio, che cosa, chi sia Gesù Cristo, che cosa siano i Sacramenti, quale sia l’oggetto della nostra speranza… Io penso che noi tutti dobbiamo, come sempre, impegnarci molto per un rinnovamento della catechesi, nella quale sia fondamentale il coraggio di testimoniare la propria fede e di trovare i modi affinché essa sia compresa ed accolta. Poiché l’ignoranza religiosa ha raggiunto oggi un livello spaventoso. E tuttavia, in Germania i bambini hanno almeno dieci anni di catechesi, dovrebbero quindi in fondo sapere molte cose. Per questo dobbiamo certamente riflettere in modo serio sulle nostre possibilità di trovare vie per comunicare, anche se in modo semplice, le conoscenze, affinché la cultura della fede sia presente.
E ora qualche osservazione sul «Culto divino». L’Anno Eucaristico, a questo riguardo, ci ha donato molto. Posso dire che l’Esortazione postsinodale è a buon punto. Sarà sicuramente un grande arricchimento. Inoltre abbiamo avuto il documento della Congregazione per il Culto divino circa la giusta celebrazione dell’Eucaristia, cosa molto importante. Io credo che a seguito di tutto ciò man mano diventi chiaro che la Liturgia non è un’«auto-manifestazione» della comunità la quale, come si dice, in essa entra in scena, ma è invece l’uscire della comunità dal semplice «essere-se-stessi» e l’accedere al grande banchetto dei poveri, l’entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. Questo carattere universale della Liturgia deve entrare nuovamente nella consapevolezza di tutti. Nell’Eucaristia riceviamo una cosa che noi non possiamo fare, ma entriamo invece in qualcosa di più grande che diventa nostro, proprio quando ci consegniamo a questa cosa più grande cercando di celebrare la Liturgia veramente come Liturgia della Chiesa. È poi connesso con ciò anche il famoso problema dell’omelia. Dal punto di vista puramente funzionale posso capirlo molto bene: forse il parroco è stanco o ha predicato già ripetutamente o è anziano e i suoi incarichi superano le sue forze. Se allora c’è un assistente per la pastorale che è molto capace nell’interpretare la Parola di Dio in modo convincente, vien spontaneo dire: perché non dovrebbe parlare l’assistente per la pastorale; lui riesce meglio, e così la gente ne trae maggior profitto. Ma questo, appunto, è la visione puramente funzionale. Bisogna invece tener conto del fatto che l’omelia non è un’interruzione della Liturgia per una parte discorsiva, ma che essa appartiene all’evento sacramentale, portando la Parola di Dio nel presente di questa comunità. È il momento, in cui veramente questa comunità come soggetto vuole essere chiamata in causa per essere portata all’ascolto e all’accoglimento della Parola. Ciò significa che l’omelia stessa fa parte del mistero, della celebrazione del mistero, e quindi non può semplicemente essere slegata da esso. Soprattutto, però, ritengo anche importante che il sacerdote non sia ridotto al Sacramento e alla giurisdizione – nella convinzione che tutti gli altri compiti potrebbero essere assunti anche da altri – ma che si conservi l’integrità del suo incarico. Il sacerdozio è una cosa anche bella soltanto se c’è da compiere una missione che è un tutt’uno, dal quale non si può tagliare qua e là qualcosa. E a questa missione appartiene già da sempre – anche nel culto antico-testamentario – il dovere del sacerdote di collegare col sacrificio la Parola che è parte integrante dell’insieme. Dal punto di vista puramente pratico dobbiamo poi certamente provvedere a fornire i sacerdoti degli aiuti necessari perché possano svolgere in modo giusto anche il ministero della Parola. In linea di massima, questa unità interiore sia dell’essenza della Celebrazione eucaristica, sia dell’essenza del ministero sacerdotale, è molto importante.
Il secondo tema, che vorrei toccare in questo contesto, riguarda il sacramento della Penitenza la cui pratica in questi circa cinquanta ultimi anni è progressivamente diminuita. Grazie a Dio esistono chiostri, abbazie e santuari, verso i quali la gente va in pellegrinaggio e dove il loro cuore si apre ed è anche pronto alla confessione. Questo Sacramento lo dobbiamo veramente imparare di nuovo. Già da un punto di vista puramente antropologico è importante, da una parte, riconoscere la colpa e, dall’altra, esercitare il perdono. La diffusa mancanza di una consapevolezza della colpa è un fenomeno preoccupante del nostro tempo. Il dono del sacramento della Penitenza consiste quindi non soltanto nel fatto che riceviamo il perdono, ma anche nel fatto che ci rendiamo conto, innanzitutto, del nostro bisogno di perdono; già con ciò veniamo purificati, ci trasformiamo interiormente e possiamo poi comprendere anche meglio gli altri e perdonarli. Il riconoscimento della colpa è una cosa elementare per l’uomo – è malato se non l’avverte più – e altrettanto importante è per lui l’esperienza liberatrice del ricevere il perdono. Per ambedue le cose il sacramento della Riconciliazione è il luogo decisivo di esercizio. Inoltre lì la fede diventa una cosa del tutto personale, non si nasconde più nella collettività. Se l’uomo affronta la sfida e, nella sua situazione di bisogno di perdono, si presenta, per così dire, indifeso davanti a Dio, allora fa l’esperienza commovente di un incontro del tutto personale con l’amore di Gesù Cristo.
Infine vorrei ancora occuparmi del ministero episcopale. Di questo, in fondo, abbiamo implicitamente già parlato per tutto il tempo. Mi sembra importante che i Vescovi, come successori degli Apostoli, da una parte portino veramente la responsabilità delle Chiese locali che il Signore ha loro affidate, facendo sì che lì la Chiesa come Chiesa di Gesù Cristo cresca e viva. Dall’altra parte, essi devono aprire le Chiese locali all’universale. Viste le difficoltà che gli Ortodossi hanno con le Chiese autocefale, come anche i problemi dei nostri amici protestanti di fronte alla disgregazione delle Chiese regionali, ci rendiamo conto di quale grande significato abbia l’universalità, quanto sia importante che la Chiesa si apra alla totalità, diventando nell’universalità veramente un’unica Chiesa. Di questo, d’altra parte, è capace soltanto se nel territorio suo proprio è viva. Questa comunione deve essere alimentata dai Vescovi insieme con il Successore di Pietro nello spirito di una consapevole successione al Collegio degli Apostoli. Tutti noi dobbiamo sforzarci continuamente di trovare in questo rapporto vicendevole il giusto equilibrio, cosicché la Chiesa locale viva la sua autenticità e, contemporaneamente, la Chiesa universale da ciò riceva un arricchimento, affinché ambedue donino e ricevano e così cresca la Chiesa del Signore.
Il Vescovo Grab ha già parlato delle fatiche dell’ecumenismo; è un campo che devo solo affidare al cuore di tutti Voi. Nella Svizzera siete posti a confronto quotidianamente con questo compito che è faticoso, ma crea anche gioia. Penso che importanti siano, da un lato, i rapporti personali, nei quali ci riconosciamo e ci stimiamo l’un l’altro in modo immediato come credenti e, come persone spirituali, ci purifichiamo e ci aiutiamo anche a vicenda. Dall’altro lato, si tratta – come ha già detto il Vescovo Grab – di farsi garanti dei valori essenziali, portanti, provenienti da Dio della nostra società. In questo campo, tutti insieme – protestanti, cattolici ed ortodossi – abbiamo un grande compito. E sono lieto che stia crescendo la consapevolezza di questo. Nell’occidente è la Chiesa in Grecia che, pur avendo ogni tanto qualche problema con i Latini, dice sempre più chiaramente: in Europa possiamo svolgere il nostro compito soltanto se ci impegniamo insieme per la grande eredità cristiana. Anche la Chiesa in Russia lo vede sempre di più ed altrettanto i nostri amici protestanti sono consapevoli di questo fatto. Io penso che, se impariamo ad agire in questo campo insieme, possiamo realizzare una buona parte di unità anche là dove la piena unità teologica e sacramentale non è ancora possibile.
Per concludere vorrei esprimerVi ancora una volta la mia gioia per la Vostra visita, augurandoVi molti colloqui fruttuosi durante questi giorni.

Il Discorso conlcusivo

Vorrei in primo luogo ringraziare tutti per questo incontro, che mi sembra molto importante come esercizio dell’affetto collegiale, come manifestazione della nostra comune responsabilità per la Chiesa e per il Vangelo in questo momento del mondo. Grazie per tutto! Mi dispiace che a causa di altri impegni, soprattutto di Visite ad limina (in questi giorni è il turno dei Vescovi tedeschi), non potevo essere con Voi. Avrei realmente avuto il desiderio di sentire la voce dei Vescovi svizzeri, ma si offriranno forse altre occasioni, e, naturalmente, di sentire anche il dialogo tra la Curia Romana e i Vescovi svizzeri: nella Curia Romana parla anche sempre il Santo Padre nella sua responsabilità verso la Chiesa intera. Grazie, quindi, per questo incontro che – mi sembra – ci aiuta tutti, perché è per tutti un’esperienza dell’unità della Chiesa, ed è anche un’esperienza della speranza che ci accompagna in tutte le difficoltà che ci circondano. Vorrei chiedere scusa anche per il fatto che mi sono presentato già nel primo giorno senza un testo scritto; naturalmente, un po’ avevo già pensato, ma non avevo trovato il tempo di scrivere. E così anche in questo momento mi presento con questa povertà; ma forse essere povero in tutti i sensi conviene anche ad un Papa in questo momento della storia della Chiesa. In ogni caso, non posso adesso offrire un grande discorso, come sarebbe giusto dopo un incontro con questi frutti. Devo dire infatti che avevo già letto la sintesi delle Vostre discussioni ed ora l’ho ascoltata con grande attenzione: mi sembra un testo molto ben ponderato e ricco; risponde realmente agli interrogativi essenziali che ci occupano sia per l’unità della Chiesa nel suo insieme sia per le questioni specifiche della Chiesa in Svizzera. Mi sembra che realmente tracci la strada per i prossimi anni e dimostri la nostra volontà comune di servire il Signore. Un testo molto ricco. Leggendolo ho pensato: sarebbe un po’ assurdo se adesso cominciassi a parlare di nuovo su questi temi sui quali si è discusso tre giorni con profondità ed intensità. Vedo qui il risultato condensato e ricco del lavoro fatto; aggiungere ancora qualcosa su singoli punti mi sembra molto difficile, anche perché conosco il risultato del lavoro, ma non la viva voce di quanti sono intervenuti nelle discussioni. Perciò ho pensato che forse è giusto ritornare ancora una volta, stasera nella conclusione, sui grandi temi che ci occupano e che sono, in definitiva, il fondamento di tutti i dettagli – anche se ogni dettaglio, ovviamente, è importante.
Nella Chiesa l’istituzione non è soltanto una struttura esteriore, mentre il Vangelo sarebbe puramente spirituale. In realtà, Vangelo e Istituzione sono inseparabili, perché il Vangelo ha un corpo, il Signore ha un corpo in questo nostro tempo. Perciò le questioni che a prima vista appaiono quasi soltanto istituzionali, sono in realtà questioni teologiche e questioni centrali, perché vi si tratta della realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo. Pertanto, la cosa giusta è ora ribadire ancora una volta le grandi prospettive entro le quali si muove tutta la nostra riflessione. Mi permetto, con l’indulgenza e la generosità dei membri della Curia Romana, di ritornare alla lingua tedesca, perché abbiamo ottimi interpreti, che altrimenti resterebbero disoccupati. Ho pensato a due temi specifici, dei quali ho già parlato e che adesso vorrei ulteriormente approfondire.
Ancora, quindi, il tema «Dio». Mi è venuta in mente la parola di sant’Ignazio: «Il cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza» (Lettera ai Romani 3,3). Non dovremmo permettere che la nostra fede sia resa vana dalle troppe discussioni su molteplici particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto gli occhi in primo luogo la sua grandezza. Mi ricordo, quando negli anni ottanta-novanta andavo in Germania, mi si chiedevano delle interviste, e sempre sapevo già in anticipo le domande. Si trattava dell’ordinazione delle donne, della contraccezione, dell’aborto e di altri problemi come questi che ritornano in continuazione. Se noi ci lasciamo tirare dentro queste discussioni, allora si identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti e noi facciamo la figura di moralisti con alcune convinzioni un po’ fuori moda, e la vera grandezza della fede non appare minimamente. Perciò ritengo cosa fondamentale mettere sempre di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede – un impegno dal quale non dobbiamo permettere che ci distolgano simili situazioni.
Sotto questo aspetto vorrei ora continuare completando le nostre riflessioni di martedì scorso ed insistere ancora una volta: è importante soprattutto curare il rapporto personale con Dio, con quel Dio che si è mostrato a noi in Cristo. Agostino ha sottolineato ripetutamente i due lati del concetto cristiano di Dio: Dio è Logos, e Dio è Amor – fino al punto di farsi totalmente piccolo, di assumere un corpo umano e alla fine di darsi come pane nelle nostre mani. Questi due aspetti del concetto cristiano di Dio dovremmo sempre tenere presenti e far presenti. Dio è Spiritus creator, è Logos, è ragione. E per questo la nostra fede è una cosa che ha da fare con la ragione, può essere trasmessa mediante la ragione e non deve nascondersi davanti alla ragione, neanche a quella del nostro tempo. Ma questa ragione eterna ed incommensurabile, appunto, non è soltanto una matematica dell’universo e ancora meno qualche prima causa che, dopo aver provocato il Big Bang, si è ritirata. Questa ragione, invece, ha un cuore, tanto da poter rinunciare alla propria immensità e farsi carne. E solo in ciò sta, secondo me, l’ultima e vera grandezza della nostra concezione di Dio. Sappiamo: Dio non è un’ipotesi filosofica, non è qualcosa che forse esiste, ma noi Lo conosciamo ed Egli conosce noi. E possiamo conoscerLo sempre meglio, se rimaniamo in colloquio con Lui.
Per questo è un compito fondamentale della pastorale, insegnare a pregare ed impararlo personalmente sempre di più. Esistono oggi scuole di preghiera, i gruppi di preghiera; si vede che la gente lo desidera. Molti cercano la meditazione da qualche parte altrove, perché pensano di non poter trovare nel cristianesimo la dimensione spirituale. Noi dobbiamo mostrare loro di nuovo che questa dimensione spirituale non solo esiste, ma che è la fonte di tutto. A questo scopo dobbiamo moltiplicare tali scuole di preghiera, del pregare insieme, dove si può imparare la preghiera personale in tutte le sue dimensioni: come silenzioso ascolto di Dio, come ascolto che penetra nella sua Parola, penetra nel Suo silenzio, sonda il Suo operare nella storia e nella mia persona; comprendere anche il Suo linguaggio nella mia vita e poi imparare a rispondere nel pregare con le grandi preghiere dei Salmi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Da noi stessi non abbiamo le parole per Dio, ma ci sono state donate delle parole: lo Spirito Santo stesso ha già formulato parole di preghiera per noi; possiamo entrarci, pregare con esse e così imparare poi anche la preghiera personale, sempre di più «imparare» Dio e così divenire certi di Lui, anche se tace – diventare lieti in Dio. Questo intimo essere con Dio e quindi l’esperienza della presenza di Dio è ciò che sempre di nuovo ci fa, per così dire, sperimentare la grandezza del cristianesimo e ci aiuta poi anche ad attraversare tutte le piccolezze, tra le quali, certamente, esso deve poi essere vissuto e – giorno per giorno, soffrendo ed amando, nella gioia e nella tristezza – essere realizzato.
E da questa prospettiva si vede, secondo me, il significato della Liturgia anche come scuola, appunto, di preghiera, nella quale il Signore stesso ci insegna a pregare, nella quale preghiamo con la Chiesa, sia nella celebrazione semplice ed umile con solo pochi fedeli, sia anche nella festa della fede. L’ho percepito nuovamente proprio ora nei vari colloqui, quanto importante sia per i fedeli, da una parte, il silenzio nel contatto con Dio e, dall’altra, la festa della fede, quanto importante poter vivere la festa. Anche il mondo ha le sue feste. Nietzsche addirittura ha detto: Solo se Dio non esiste possiamo far festa. Ma ciò è un’assurdità: solo se Dio c’è ed Egli ci tocca, può esserci una vera festa. E sappiamo come queste feste della fede spalancano i cuori della gente e producono impressioni che aiutano per il futuro. Io l’ho visto nuovamente nelle mie visite pastorali in Germania, in Polonia, in Spagna, che lì la fede è vissuta come festa e che essa accompagna poi le persone e le guida.
Vorrei in questo contesto menzionare ancora un’altra cosa che mi ha molto colpito ed impressionato durevolmente. Nell’ultima opera, rimasta incompiuta, di san Tommaso d’Aquino, il Compendium Theologiae, che egli intendeva strutturare semplicemente secondo le tre virtù teologali fede, speranza, carità, il grande Dottore era giunto a cominciare e parzialmente sviluppare il capitolo sulla speranza. Lì egli identifica, per così dire, la speranza con la preghiera: il capitolo sulla speranza è al contempo il capitolo sulla preghiera. La preghiera è speranza in atto. E, di fatto, nella preghiera si schiude la vera ragione, per cui ci è possibile sperare: Noi possiamo entrare in contatto con il Signore del mondo, Egli ci ascolta e noi possiamo ascoltare Lui. Questo è ciò a cui alludeva sant’Ignazio e che io volevo ricordarVi oggi ancora una volta: «Ou peismones to ergon, alla megethous estin ho Christianismos» (Rom 3,3) – la cosa veramente grande nel Cristianesimo, che non dispensa dalle cose piccole e quotidiane, ma che non deve neanche essere coperta da esse, è questo poter entrare in contatto con Dio.
La seconda cosa, che proprio in questi giorni mi è tornata in mente, riguarda la morale. Sento spesso dire che una nostalgia di Dio, di spiritualità, di religione esiste oggi nelle persone e che si ricomincia anche a vedere nella Chiesa una possibile interlocutrice, dalla quale, a questo riguardo, è possibile ricevere qualcosa. (C’è stato un periodo in cui questo lo si cercava in fondo solo nelle altre religioni). Cresce nuovamente la consapevolezza: la Chiesa è una grande portatrice di esperienza spirituale; è come un albero, nel quale possono porre il loro nido gli uccelli, anche se poi vogliono di nuovo volar via – ma è, appunto, il luogo dove ci si può posare per un certo tempo. Quello che invece risulta molto difficile alla gente è la morale che la Chiesa proclama. Su questo ho riflettuto – ci rifletto già da molto tempo – e vedo sempre più chiaramente che, nella nostra epoca, la morale si è come divisa in due parti. La società moderna non è semplicemente senza morale, ma ha, per così dire, «scoperto» e rivendica un’altra parte della morale che, nell’annuncio della Chiesa negli ultimi decenni e anche di più, forse non è stata abbastanza proposta. Sono i grandi temi della pace, della non violenza, della giustizia per tutti, della sollecitudine per i poveri e del rispetto della creazione. Questo è diventato un insieme etico che, proprio come forza politica, ha un grande potere e costituisce per molti la sostituzione o la successione della religione. In luogo della religione, che è vista come metafisica e cosa dell’al di là – forse anche come cosa individualistica – entrano i grandi temi morali come l’essenziale che poi conferisce all’uomo dignità e lo impegna. Questo è un aspetto, che cioè questa moralità esiste ed affascina anche i giovani, che si impegnano per la pace, per la non violenza, per la giustizia, per i poveri, per la creazione. E sono davvero grandi temi morali, che appartengono del resto anche alla tradizione della Chiesa. I mezzi che si offrono per la loro soluzione sono poi spesso molto unilaterali e non sempre credibili, ma su questo non dobbiamo soffermarci ora. I grandi temi sono presenti.
L’altra parte della morale, che non di rado viene colta in modo assai controverso dalla politica, riguarda la vita. Fa parte di essa l’impegno per la vita, dalla concezione fino alla morte, cioè la sua difesa contro l’aborto, contro l’eutanasia, contro la manipolazione e contro l’auto-legittimazione dell’uomo a disporre della vita. Spesso si cerca di giustificare questi interventi con gli scopi apparentemente grandi di poter con ciò essere utili alle generazioni future e così appare addirittura come cosa morale anche il prendere nelle proprie mani la vita stessa dell’uomo e manipolarla. Ma, dall’altra parte, esiste anche la consapevolezza che la vita umana è un dono che richiede il nostro rispetto e il nostro amore dal primo fino all’ultimo momento, anche per i sofferenti, gli handicappati e i deboli. In questo contesto si pone poi anche la morale del matrimonio e della famiglia. Il matrimonio viene, per così dire, sempre di più emarginato. Conosciamo l’esempio di alcuni Paesi, dove è stata fatta una modifica legislativa, secondo la quale il matrimonio adesso non è più definito come legame tra uomo e donna, ma come un legame tra persone; con ciò ovviamente è distrutta l’idea di fondo e la società, a partire dalle sue radici, diventa una cosa totalmente diversa. La consapevolezza che sessualità, eros e matrimonio come unione tra uomo e donna vanno insieme – «I due saranno una sola carne», dice la Genesi – questa consapevolezza s’attenua sempre di più; ogni genere di legame sembra assolutamente normale – il tutto presentato come una specie di moralità della non-discriminazione e un modo di libertà dovuta all’uomo. Con ciò, naturalmente, l’indissolubilità del matrimonio è diventata un’idea quasi utopica che, proprio anche in molte persone della vita pubblica, appare smentita. Così anche la famiglia si disfa progressivamente. Certo, per il problema della diminuzione impressionante del tasso di natalità esistono molteplici spiegazioni, ma sicuramente ha in ciò un ruolo decisivo anche il fatto che si vuole avere la vita per se stessi, che ci si fida poco del futuro e che, appunto, si ritiene quasi non più realizzabile la famiglia come comunità durevole, nella quale può poi crescere la generazione futura.
In questi ambiti, dunque, il nostro annuncio si scontra con una consapevolezza contraria della società, per così dire, con una specie di antimoralità che si appoggia su di una concezione della libertà vista come facoltà di scegliere autonomamente senza orientamenti predefiniti, come non-discriminazione, quindi come approvazione di ogni tipo di possibilità, ponendosi così in modo autonomo come eticamente corretto. Ma l’altra consapevolezza non è scomparsa. Essa esiste, e io penso che noi dobbiamo impegnarci per ricollegare queste due parti della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra loro. Solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte, è possibile e credibile anche l’etica della pace; solo allora la non violenza può esprimersi in ogni direzione, solo allora accogliamo veramente la creazione e solo allora si può giungere alla vera giustizia. Penso che in ciò abbiamo davanti un grande compito: da una parte, non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo, ma come dono nel quale ci è dato l’amore che ci sostiene e ci fornisce poi la forza necessaria per saper «perdere la propria vita»; dall’altra, in questo contesto di amore donato, progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo in modo progressivo e nuovo.
Questi erano dunque i temi che credevo di dover e poter ancora aggiungere. Vi ringrazio per la Vostra indulgenza e per la Vostra pazienza. Speriamo che il Signore ci aiuti tutti nel nostro cammino.